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Curiosità

Ansia da Primo Giorno di Scuola

Ansia da Rientro, come Superarla?

Il primo giorno di scuola, che sia il Primo giorno con la P maiuscola, quando dalla scuola di infanzia si passa alla scuola primaria, o che sia un “semplice” primo giorno di scuola, trasmette uno stato di ansia. 
Che poi, a pensarci bene, anche quando noi adulti rientriamo dalle ferie, non percepiamo forse quello strano malessere? 
Concentriamoci però sulla scuola. Che sia scuola primaria, secondaria di primo o secondo grado, il primo giorno di scuola mette un po’di ansia a tutti: alunni, genitori e insegnanti. 
Durante il periodo estivo i tempi sono dilatati, le discussioni che si facevano in inverno per i compiti, sembrano essere più leggere. Il mare, le vacanze, la montagna, tutto ci permette di rilassarci almeno un po’ e di farci dimenticare le preoccupazioni vissute durante l’anno scolastico. 

Tuttavia, mano a mano che si avvicina il primo giorno di scuola si inizia a percepire un certo malessere
I genitori iniziano a sentire la responsabilità di seguire i figli nei compiti e la frustrazione di accompagnarli a scuola ingorgandosi nel traffico dell’ora di punta. Gli insegnanti sentono la responsabilità di formare nuove menti, la sfida di riuscire a condurre tutta la classe, nessuno escluso, verso la fine dell’anno scolastico, lasciando in loro qualche nozione, ma soprattutto la sete di conoscenza. 

E i bambini?

Anche, e forse soprattutto, i bambini percepiscono un po’ di malessere psicofisico mano a mano che le vacanze finiscono e si avvicina il fatidico primo giorno di scuola.
Il vissuto può essere misto. Da una parte la felicità di rincontrare i compagni di classe e la voglia di apprendere qualcosa di nuovo. Dall’altra l’ansia dovuta alla preoccupazione di non essere all’altezza e di non rispettare le aspettative di genitori e insegnanti. Un altro fatto può concorrere a generare questo malessere: il cambio improvviso di routine.
Con l’inizio della scuola infatti, si passa da una routine più elastica e flessibile sia per i bambini, sia per i genitori, a ritmi più serrati che vanno assolutamente rispettati.

Ed è proprio da qui che consiglio di ripartire per alleviare questo vissuto di malessere non ben definito.

Anziché modificare la routine giornaliera da un giorno all’altro, sarebbe preferibile iniziare a modificarla poco alla volta per evitare bruschi cambiamenti. Questo permetterà anche di regolare nuovamente il ritmo sonno-veglia e di iniziare la scuola con una marcia in più.

Come accennato poche righe sopra, in Estate i ritmi si dilatano e anche i bambini tendono ad andare a dormire più tardi la sera e svegliarsi più tardi la mattina, fare quindi colazione più tardi e avere, essenzialmente, la giornata libera.
Al fine di iniziare il nuovo anno scolastico con le giuste energie, senza che le ansie prendano il sopravvento si può iniziare un paio di settimane prima ad intraprendere una routine di passaggio, che sia a metà strada fra quella estiva e quella invernale.
Spesso i bambini hanno difficoltà ad addormentarsi quando percepiscono un vissuto ansioso e questo porta, inevitabilmente, ad essere più stanchi la mattina dopo con tutte le difficoltà che ne conseguono.

E’ dunque importante, poco alla volta, portare i bambini ad andare a dormire all’orario in cui vi andranno durante la scuola. Questo permetterà, sempre piano piano, che si sveglino prima senza essere particolarmente stanchi e, una volta iniziata la scuola, avranno meno problemi sia ad addormentarsi, sia a svegliarsi.
Un’altra routine che si può modificare è quella dei pasti. Cercare di avvicinare l’orario dei pasti, sia del pranzo, sia della cena, a quelli abituali dell’anno scolastico.
In questo modo anche i ritmi circadiani (processi biologici che si susseguono in cicli di 24 ore, orologi interni che regolano funzioni fisiologiche) dei bambini inizieranno a riequilibrarsi, spostandosi verso la routine scolastica.
Questo permetterà di affrontare la scuola con maggiore prontezza, sia dal punto di vista fisico sia dal punto di vista delle risorse mentali come l’attenzione.

Bibliografia:
Young, M.W. (2000, Marzo). The tick-tock of the biological clock. Scientific American, pp. 64-71.

Curiosità

Nonni di oggi

Egoismo o Salvaguardia di sé?

L’età della vita si è allungata ed ha portato con sé inevitabili cambiamenti, non solo ai diretti interessati, ma anche alle rispettive famiglie. Un tempo i nonni erano i custodi delle radici del passato, considerati i saggi della famiglia e trattati come tali. Ad essi si chiedevano consigli, si rispettavano le regole che essi avevano instaurato ed essi si curavano dei nipoti essendo NONNI prima di tutto.

Negli ultimi anni però si è avvertito un cambiamento strutturale: i nonni non sono più soltanto nonni.

Proprio così. L’età della vita si è allungata, così come l’età del pensionamento, per cui ci ritroviamo oggi con nonni che ancora lavorano e devono dividersi fra il lavoro, la propria famiglia e la famiglia dei figli.
Succede quindi che i nonni non siano più sempre disponibili, un po’ perché ancora lavorano, un po’ perché, sentono di avere e di voler vivere anche una loro vita. Una vita fatta di amici, di impegni e di relax. Come biasimarli?
Sono nonni giovani che, a tempo debito hanno fatto le proprie rinunce, i propri sacrifici da bravi genitori e adesso, che i figli sono grandi, desiderano avere meno pensieri.

Da qui potrebbe nascere un senso di sopraffazione nella giovane coppia genitoriale che sperava in un maggior aiuto da parte delle famiglie di origine.
Va tuttavia superata tale emozione ricordando che i nonni non nascono nonni, ma prima persone, poi coppia, poi genitori ed infine nonni. Questo significa che essi hanno bisogni, sogni e necessità e vanno rispettate.
L’età della vita si è allungata e la terza età è vissuta, sempre più, come una seconda chance per prendersi del tempo per se stessi, per i propri interessi, per viaggiare e per essere felici. Una volta superati i doveri dell’età adulta, i nonni sentono di essersi (giustamente) guadagnati il diritto di pensare a sé prima che agli altri. La loro età adulta delle rinunce e dei doveri si è conclusa e possono, e devono, raccoglierne i frutti.
Tutto ciò può lasciare un senso di sgomento nelle giovani coppie che si trovano proprio allora nell’età adulta dove i doveri e le rinunce alle volte sembrano infiniti.
Va tutta via rispettato il tempo e il volere dei nonni, senza imporre loro ulteriori sacrifici. Cercando di vederli non più solo come genitori e nonni con dei doveri, ma come persone con propri bisogni e sogni.

Per molti nonni è difficile dire NO ai propri figli, ma è giusto riuscire a trovare la forza di farlo. E’ giusto capire fino a dove le proprie energie arrivano e saperle gestire, pena l’esaurirsi delle stesse. Si sa, lo stress è dannoso per il nostro organismo e meno ne abbiamo, meglio è. L’esposizione continua allo stress, determina una diminuzione del livello di funzionamento biologico dell’organismo. Nel corso del tempo situazioni fortemente stressanti, possono comportare il deterioramento dei tessuti somatici, portando anche ad un deterioramento del sistema immunitario (questo tipo di stress patologico viene chiamato distress).
Ecco allora che, se nell’età adulta siamo in grado di sopportare un carico di stress maggiore, nella terza età il carico di stress che riusciamo a sopportare è molto più basso e le conseguenze possono riflettersi sul fisico e sulla mente. E’ pertanto molto importante sapersi prendere il tempo per se stessi, saper dire NO senza paura di ferire, senza paura di fare un torto. Non si tratta di egoismo, ma di salvaguardare se stessi nell’interesse anche della famiglia. Si tratta di raccogliere i frutti, finalmente, di una vita (sarebbe un peccato lasciarli andare a male).
Con questo non voglio dire che i nonni non devono aiutare nella gestione dei nipoti, ma che devono salvaguardarsi e devono essere salvaguardati dai propri figli, attenti a non sottoporli ad un carico eccessivo ricordando che essi hanno meno energie rispetto a loro.

L’età della vita si è allungata portando con sé notevoli cambiamenti, alcuni dei quali aspettati, altri del tutto inaspettati. Quello che possiamo fare è accogliere i cambiamenti, giacché fermare un cambiamento è impossibile e dannoso, e cercare di trarre benefici da essi. Rivalutare e ricalibrare le nostre vite nel rispetto degli altri, al fine che tutti possano vivere in un clima più sereno, lontano dallo stress.

Bibliografia:

McCabe, P.M., Schneiderman, N., Field, T., e Wellens, A.R. (Eds). (2000). Stress, coping, and cardiovascular disease. Mahwah, NJ: Lawrence Erlbaum.
Pruneti, Carlo. (2010). Stress e disturbi dell’integrazione mente corpo.

Curiosità

L’Effetto Pigmalione

Gli Effetti del Giudizio dell’Insegnante

L’effetto Pigmalione: il giudizio che l’insegnante ha rispetto ad un alunno influenza non solo la propria valutazione, ma anche il rendimento scolastico effettivo dell’alunno stesso.
Questo significa che se un’insegnante ritiene che un alunno sia particolarmente brillante, quest’ultimo ne trarrà un reale e oggettivo vantaggio. Viceversa, se un’insegnante ritiene che un bambino non sia particolarmente bravo, egli apprenderà meno.

Come può essere possibile ?

Cerchiamo di spiegare come un simile effetto possa avvenire. Se un’insegnante ritiene che un bambino sia particolarmente intelligente, si mostrerà anche più accogliente e incoraggiante verso di esso. Cercherà di correggere immediatamente i suoi errori, di commentare positivamente i suoi successi e dedicargli maggiore attenzione. Ovviamente, i bambini che vengono stimolati maggiormente, si impegneranno di più nello studio ed è per questo che, anche a livello oggettivo, otterranno risultati migliori.
Allo stesso modo, l’insegnante tenderà a dare meno attenzione, a dare meno rinforzi positivi e ad essere meno incoraggiante nei confronti di un bambino che reputa meno dotato. Di conseguenza quest’ultimo si impegnerà meno nello studio, ottenendo risultati inferiori.

Chi era Pigmalione

L’effetto di Pigmalione , prende il nome dalla mitologia classica.
Pigmalione, re di Cipro, modellò una statua rappresentante una bellissima figura femminile. Egli si innamorò così profondamente di quella statua che chiese e ottenne da Afrodite che fosse trasformata in una donna in carne ed ossa.
Questo motivo, venne ripreso da G.B. Shaw nella commedia Pygmalion (1913), in cui un professore di fonetica decide di insegnare le buone maniere ad una fioraia.

Bibliografia:
Rosenthal R., e Jacobson, L. (1968), Pygmalion in the classroom, New York, Holt; trad. it. Pigmalione in classe, Milano, Angeli, 1972
Berti A. E., e Bombi A. S. (2010), Corso di psicologia dello sviluppo, Bologna, Il Mulino.
Sitografia:
http://www.treccani.it/vocabolario/pigmalione

Curiosità

Il Parent Training

Cos’è il Parent Training e a Cosa Serve

Il Parent Training è un programma di aiuto rivolto ai genitori, con lo scopo di aiutarli a gestire comportamenti problematici di figli con ADHD o DDAI.

Rispetto all’ADHD o DDA/I, acronimo per Disturbo da Deficit di Attenzione /Iperattività , non vi è ancora un accordo condiviso in letteratura. Per dare un’idea molto generale e assolutamente non esaustiva, di questo disturbo, si può dire che è caratterizzato da difficoltà di attenzione, di concentrazione, difficoltà nel controllare gli impulsi, il proprio comportamento e di attendere per una gratificazione.
L’ ADHD non è una fase dello sviluppo e rappresenta serie difficoltà per la famiglia, per il singolo e per la scuola.
Con questo preambolo si vuole semplicemente dare un’idea di cosa sia l’ADHD alle persone che non erano a conoscenza di questo disturbo.

Scopo di questo articolo non è aprire un dibattito sull’ADHD, quanto quello di spiegare cosa sia il Parent Training e la sua funzione.

Il Parent Training (PT) ha come scopo quello di aiutare i genitori ad individuare e manipolare gli antecedenti che possono scatenare un comportamento problema. Imparare a controllare comportamenti problematici, utilizzare sapientemente i rinforzi positivi, le ricompense tangibili e quelle sociali.
Il Parent Training può essere fatto individualmente o a piccoli gruppi. E’ un percorso che viene svolto con una figura professionale preparata in quest’ambito, quale uno psicologo.
Il percorso si articola in circa 8 incontri in cui vengono affrontate le varie tematiche del caso, come le difficoltà educative, come avviare una comunicazione efficace, la relazione genitore-figlio, l’importanza delle regole, la contrattazione e le strategie educative più adatte nello specifico.

Il Parent Training consente di migliorare la relazione familiare non solo genitore-figlio, ma anche fra i due genitori.
Diverse ricerche illustrano come i genitori di figli con ADHD percepiscano uno stress più alto rispetto ad altri genitori. Un livello di conflittualità molto alto sia rispetto al figlio, sia rispetto all’altro genitore con un innalzamento dell’aggressività. Chiaramente tutte queste dinamiche negative non fanno altro che autoalimentarsi e fungono da carburante per comportamenti disfunzionali. Da qui nasce l’importanza di fermare questo ciclo che si auto-alimenta, per favorire un clima familiare disteso, in cui la coppia genitoriale ritrovi se stessa, dove il figlio venga vissuto come un alleato con cui poter dialogare e svolgere attività. E’ altrettanto importante poi, per il figlio far parte di un clima sereno, che non alimenti le proprie difficoltà, ma che riesca a gestirle, in modo che si abbassi anche il proprio senso di insoddisfazione e frustrazione.

Bibliografia:

DeWolfe N., Byrne J., e Bawden H., (2000), ADHD in preschool children: Parent-rated psychosocial correlates, “Developmental Medicine & Child Neuurology”, n 42, pp 168-192.

Vio C., Spagnoletti M.S. (2013), Bambini disattenti e iperattivi: parent training. Trento: Erickson

Curiosità

Genitori e Figli

Prendere le Decisioni Giuste

Quello dei genitori è, senza dubbio, il mestiere più difficile al mondo. Non esiste un’Università che prepari a diventare genitore e, anche se ci sono corsi preparto, non esiste libretto di istruzioni.
Ognuno di noi è diverso, non solo l’uno dall’altro, ma anche dal se stesso del passato. Mi spiego meglio: passando gli anni tutti noi affrontiamo dei cambiamenti che ci portano a maturare e ad affrontare le vicende in maniera diversa rispetto a prima. Se a questo ci aggiungiamo che un figlio ha sempre almeno due genitori, le variabili che entrano in gioco crescono esponenzialmente. Ci troviamo di fronte a molteplici diversità: quella dei singoli genitori rispetto al proprio passato e quella TRA i genitori. E tali diversità non faranno che aumentare col passare del tempo, proprio perché ognuno di noi è in continuo cambiamento, in continua crescita. Tuttavia non va dimenticata una cosa, forse la più fondamentale di quando si diventa genitori e che forse, dato il caos in cui ci si ritrova, può sfuggire: anche il figlio è diverso da entrambi i genitori e ha una sua individualità.

Somiglianze o Differenze?

Appena nasce un bambino, il gioco che si fa spesso fra genitori e familiari è “vedere a chi assomiglia”, cerare di associare ogni sfumatura del suo carattere a uno dei due genitori e, se proprio non riesce, ad uno zio, nonno o parente qualsiasi.
Questo gioco, però fa sfuggire un particolare molto importante: è vero, il bambino assomiglia molto ai suoi genitori e alle famiglie di origine, ma non è un estratto di esse (per fortuna). Il bambino ha una sua personalità, un suo carattere, le sue passioni e certi aspetti sono solo suoi.

Questi tratti di differenza vengono fuori sempre più con l’avanzare dell’età quando il bambino acquisisce la parola, quando inizia a farsi le proprie ragioni, quando inizia ad esprimere le sue preferenze.

Ecco che, spesso, convinti di prendere le decisioni migliori per il figlio, ci si dimentica di cosa vorrebbe lui.
Premetto che non sto insinuando che sia corretto far prendere le decisioni ai bambini, specialmente se piccoli, quanto piuttosto che sia importante tenere conto della loro individualità.

Questo significa che prima di prendere una decisione importante rispetto alla sua vita, dobbiamo chiederci “lo voglio io, o lo vorrebbe lui?” “questa decisione la prendo per me, o per il suo futuro?”
E so che può sembrare scontato, ma non lo è. Alle volte, senza che lo vogliamo, il nostro ego prevale, la nostra storia prevale, le mancanze che abbiamo subito prevalgono ed ecco che il bambino fa uno sport “perché lo ha sempre voluto”, ma questa forse è una scusa perché siamo noi che lo avremmo voluto fare.

L’importanza dell’ascolto

E’ bello e importante far sperimentare le proprie passioni ai figli, coinvolgerli in quello che ci piace fare, ma avendo sempre cura di ascoltarli, di capire se possa essere anche una loro passione, oppure no e in caso contrario lasciarli liberi di decidere quale sarà la loro passione. Chissà, magari dopo aver provato qualcosa di proprio, si accorgeranno che vorranno proseguire l’interesse dei genitori, ma ricordiamo che i bambini hanno una loro individualità.
Questo non significa, ripeto, che debbano fare tutto quello che vogliono, che debbano decidere loro cosa si mangia per cena o dove passare le vacanze, significa solo avere cura della loro diversità.
In un mondo dove la diversità è additata ed esclusa, il dovere dei genitori è proteggere la diversità dei figli, non omologandola a quella altrui, ma difendendola e cercando di farla crescere.

Lo dice la legge: i genitori devono educare i figli “…nel rispetto delle loro capacità, inclinazioni naturali e aspirazioni (…) (Articolo 147 del codice civile).”
Ciò significa che se si è indecisi se mandare il bambino a scuola un anno prima, questa decisione va presa tenendo conto di com’è il bambino. E’ abbastanza maturo? A livello di sviluppo è davvero più avanti? La decisione è presa per assicurare a lui/lei la scelta migliore per se stesso? Se la risposta a tutte queste domande è si, va bene, ma se ci viene un dubbio, uno qualsiasi allora dobbiamo fermarci a riflettere in modo approfondito.

Fare il genitore è un lavoro difficile, non è un lavoro per tutti

L’aspetto più importante è porre i figli come priorità, sì perché non lo hanno chiesto loro di essere figli. Rispettarne l’individualità, la corporeità e i pensieri poiché i figli non sono una proprietà. Vengono messi al mondo e hanno dei genitori, ma non sono proprietà loro. I bambini hanno una propria personalità, sono esseri umani fin dal primo istante di vita e, come tali, vanno rispettati. E’ difficile riuscire a porre i figli come priorità senza perdere la coppia, senza disperdersi. E’ la sfida di ogni genitore: mettere al centro il figlio, senza perdere se stesso, senza perdere la coppia genitoriale.

Curiosità

Disturbi Specifici di Apprendimento – DSA

Cosa sono e Cosa li Accomuna

DSA, acronimo che sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sono disturbi di origine neurobiologica relativi ad un diverso funzionamento delle reti neurali coinvolte nelle abilità di lettura, scrittura e calcolo.
NON si tratta pertanto di un disturbo a livello intellettivo, quanto piuttosto ad una diversa elaborazione delle informazioni.

Attualmente, secondo la Legge n.170 del 2010, i DSA si suddividono in:

Dislessia: disturbo specifico nella decodifica del codice scritto che si manifesta in una lettura lenta e con un elevato numero di errori.

Disortografia: disturbo specifico della compitazione che si manifesta con un alto numero di errori nell’ortografia delle parole e nella difficoltà ad applicare le regole grammaticali in modo automatico. I bambini/ragazzi con disortografia, NON hanno difficoltà nell’imparare le regole di ortografia, quanto piuttosto ad applicarle. Viene a mancare l’automatismo.

Discalculia: difficoltà specifiche che riguardano le aree del numero, del calcolo e del senso del numero. Vengono riconosciuti due profili di discalculia: uno con fragilità nella messa in atto delle operazioni di calcolo ed uno con fragilità nelle capacità di seriazione e confronto fra grandezze, due capacità che sono generalmente innate.

Disgrafia: difficoltà legata alla motricità fine che si manifesta in una scrittura (in corsivo) illeggibile e scarso rispetto dello spazio nel foglio.


Cosa Accomuna i Disturbi Specifici dell’Apprendimento (DSA)?

Al di là delle caratteristiche, c’è qualcosa che leghi insieme tutti i disturbi specifici dell’apprendimento?

Sì, quello che accomuna i DSA è la mancanza di automatismo.
Questo significa che i bambini/ragazzi con DSA sono in grado si imparare una regola, tuttavia non sono in grado di applicarla in maniera automatica.

All’ingresso nella Scuola Primaria, ogni bambino, per imparare a leggere utilizza tutte le sue risorse attentive. Questo significa che all’inizio, il bambino non sarà in grado di cogliere tutte le sfumature del testo, in quanto le sue energie mentali sono impiegate nella lettura e ha poche energie per la comprensione del testo stesso.

Col passare del tempo, il bambino normo-lettore automatizzerà la lettura, quindi le risorse che impiegherà nella lettura saranno poche e le risorse che gli rimarranno, potranno essere utilizzate per la comprensione di un testo.

Avviene lo stesso processo quando un adulto impara una nuova lingua, all’inizio dovrà sforzarsi molto per leggere le parole con la giusta pronuncia e con molta probabilità capirà poco di quanto ha letto, proprio perché ha utilizzato la maggior parte delle risorse per la pronuncia e gliene rimangono poche per la comprensione.

Ecco, un bambino/ragazzo con DSA fa fatica ad automatizzare i processi, pertanto utilizzerà molte energie per la lettura, scrittura, calcoli (dipende dalla tipologia di DSA) e ne avrà poche per eseguire l’esercizio vero e proprio: comprensione, scrivere frasi di senso compiuto, risolvere un problema. Oppure utilizzerà le risorse per svolgere l’esercizio, ma, avendo poche risorse rimaste, commetterà molti errori: di lettura, di scrittura o di calcolo.

In genere, infatti, si consiglia agli insegnanti di dare meno esercizi piuttosto che aumentare il tempo a disposizione. Il bambino/ragazzo con DSA si stanca più velocemente rispetto agli altri in quanto lo sforzo che impiega è maggiore. Dare più tempo quindi non è utile perché le sue risorse saranno già esaurite. Meglio dare un numero minore di esercizi, in modo che vengano affrontati tutti con più energie.

Bibliografia
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.

Curiosità

Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA)

Cosa sono e Cosa li Accomuna

DSA, acronimo che sta per Disturbi Specifici dell’Apprendimento, sono disturbi di origine neurobiologica relativi ad un diverso funzionamento delle reti neurali coinvolte nelle abilità di lettura, scrittura e calcolo.
NON si tratta pertanto di un disturbo a livello intellettivo, quanto piuttosto ad una diversa elaborazione delle informazioni.

Attualmente, secondo la Legge n.170 del 2010, i DSA si suddividono in:

Dislessia: disturbo specifico nella decodifica del codice scritto che si manifesta in una lettura lenta e con un elevato numero di errori.

Disortografia: disturbo specifico della compitazione che si manifesta con un alto numero di errori nell’ortografia delle parole e nella difficoltà ad applicare le regole grammaticali in modo automatico. I bambini/ragazzi con disortografia, NON hanno difficoltà nell’imparare le regole di ortografia, quanto piuttosto ad applicarle. Viene a mancare l’automatismo.

Discalculia: difficoltà specifiche che riguardano le aree del numero, del calcolo e del senso del numero. Vengono riconosciuti due profili di discalculia: uno con fragilità nella messa in atto delle operazioni di calcolo ed uno con fragilità nelle capacità di seriazione e confronto fra grandezze, due capacità che sono generalmente innate.

Disgrafia: difficoltà legata alla motricità fine che si manifesta in una scrittura (in corsivo) illeggibile e scarso rispetto dello spazio nel foglio.


Cosa Accomuna i DSA?

Al di là delle caratteristiche, c’è qualcosa che leghi insieme tutti i disturbi specifici dell’apprendimento?

Sì, quello che accomuna i DSA è la mancanza di automatismo.
Questo significa che i bambini/ragazzi con DSA sono in grado si imparare una regola, tuttavia non sono in grado di applicarla in maniera automatica.

All’ingresso nella Scuola Primaria, ogni bambino, per imparare a leggere utilizza tutte le sue risorse attentive. Questo significa che all’inizio, il bambino non sarà in grado di cogliere tutte le sfumature del testo, in quanto le sue energie mentali sono impiegate nella lettura e ha poche energie per la comprensione del testo stesso.

Col passare del tempo, il bambino normo-lettore automatizzerà la lettura, quindi le risorse che impiegherà nella lettura saranno poche e le risorse che gli rimarranno, potranno essere utilizzate per la comprensione di un testo.

Avviene lo stesso processo quando un adulto impara una nuova lingua, all’inizio dovrà sforzarsi molto per leggere le parole con la giusta pronuncia e con molta probabilità capirà poco di quanto ha letto, proprio perché ha utilizzato la maggior parte delle risorse per la pronuncia e gliene rimangono poche per la comprensione.

Ecco, un bambino/ragazzo con DSA fa fatica ad automatizzare i processi, pertanto utilizzerà molte energie per la lettura, scrittura, calcoli (dipende dalla tipologia di DSA) e ne avrà poche per eseguire l’esercizio vero e proprio: comprensione, scrivere frasi di senso compiuto, risolvere un problema. Oppure utilizzerà le risorse per svolgere l’esercizio, ma, avendo poche risorse rimaste, commetterà molti errori: di lettura, di scrittura o di calcolo.

In genere, infatti, si consiglia agli insegnanti di dare meno esercizi piuttosto che aumentare il tempo a disposizione. Il bambino/ragazzo con DSA si stanca più velocemente rispetto agli altri in quanto lo sforzo che impiega è maggiore. Dare più tempo quindi non è utile perché le sue risorse saranno già esaurite. Meglio dare un numero minore di esercizi, in modo che vengano affrontati tutti con più energie.

Bibliografia
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.

Curiosità

Bambini e Compiti delle Vacanze è Giusto Farli?

Perché è importante fare i compiti delle vacanze

compiti e libri delle vacanze perché è importante farli

Ultimamente, molti genitori di figli con DSA mi hanno chiesto se sia giusto far svolgere loro i compiti delle vacanze estive oppure no. Viene subito da pensare, infatti, che dopo lo sforzo dell’anno scolastico sia giusto mettere da parte i libri , e con essi i relativi capricci , per godersi un po’ di relax.

Questa idea è giusta, ma solo in parte. L’estate deve servire, sia per rilassarsi e “staccare la spina”, sia per ricaricare le energie per l’anno nuovo.

I bambini e ragazzi con DSA, durante l’anno accademico seguono un PDP, ovvero un Piano Didattico Personalizzato in cui vengono illustrati gli strumenti compensativi e le misure dispensative , fra queste in genere vi è la possibilità di svolgere meno esercizi rispetto ai compagni.
I bambini e ragazzi con DSA hanno difficoltà nel rendere automatico un apprendimento, questo significa che impiegano un’insieme di energie mentali superiore a quello dei compagni per svolgere gli stessi esercizi. E’ proprio questo il motivo per cui si danno loro meno esercizi da svolgere.

Ma proprio perché hanno difficoltà nel rendere automatico un apprendimento, è importante che svolgano i compiti delle vacanze.

E’ come se noi, ogni volta che guidiamo, dovessimo imparare da zero. Ovviamente se guidiamo ogni giorno, quando saliamo in macchina, dovremo fare solo un ripasso veloce, diversamente, se guidassimo una volta al mese, quando saliamo in macchina dovremmo apprendere tutto da capo. Questo comporterebbe, oltre che una perdita di tempo prima di accendere il motore, uno stato di ansia generalizzato non solo mentre siamo seduti in macchina, ma anche prima.

Allo stesso modo, per i bambini e ragazzi con DSA è molto importante fare qualche esercizio TUTTI i giorni.
Basta poco, ma spesso in modo da tenere la mente sempre un po’ allenata.
Il rischio è che arrivati a Settembre i bambini e ragazzi inizino a percepire uno stato di ansia che non riescono a definire, non sanno come affrontare e, una volta iniziata la scuola, debbano compiere uno sforzo doppio rispetto ai compagni.

Questo accade a chiunque, anche a noi adulti. Infatti se, ad esempio, smettessimo di scrivere a mano e utilizzassimo solo il computer, la prima volta che utilizziamo nuovamente la penna, faremo molta più fatica. Lo stesso accadrebbe se smettessimo di leggere per qualche mese, al primo libro che tentiamo di leggere, la nostra lettura sarebbe più lenta rispetto a prima (tornerà nella norma dopo qualche pagina di “rodaggio”).

Niente paura però! La regola per “tenere oliato” il motore dell’apprendimento è POCO POCO, MA SPESSO (ad esempio un bambino dislessico è sufficiente che legga 5 righe al giorno). In questo modo i bambini non dovranno ricominciare da zero a Settembre e saranno meno agitati per l’inizio della scuola. Ancora meglio sarebbe far diventare quei 10 min di esercizi al giorno una routine, in modo da evitare stress sia per i bambini, sia per i genitori.

Curiosità

Sai che… Appena Nato, il Bambino ha già 6 Riflessi Comportamentali?

Fin dalla nascita, il neonato ha una serie di schemi comportamentali che gli consentono di interagire con l’ambiente: riflessi, azioni congenitamente organizzate e stereotipie ritmiche.

Alcuni riflessi sono permanenti come la dilatazione delle pupille, lo starnuto o lo sbadiglio, altri invece con il tempo scompaiono e sono sostituiti da azioni volontarie.

Rooting (scompare entro i 6 mesi): ad una leggera stimolazione della guancia, il neonato volge la testa verso quella direzione e apre la bocca.
Serve per: facilitare la ricerca del capezzolo.

Prensione (scompare entro 3-4-mesi): afferra qualsiasi cosa venga premuta sul palmo della sua mano.
Serve per: preparare alla prensione volontaria

Moro (scompare entro 6 mesi): se lo si sorprende con un forte rumore o se non lo si sostiene per un attimo, lasciando che la testa cada all’indietro, il neonato allarga braccia e gambe per poi avvicinarle al tronco.
Serve per: rimanere stretto alla madre

Collo tonico (scompare entro 4 mesi): se è supino e gira la testa da un lato, il braccio omolaterale si allunga e quello opposto si piega.
Serve per: portare la mano nel campo visivo in preparazione ai gesti volontari di indicare e afferrare.

Nuoto (scompare entro 4-6 mesi): se immerso in acqua, trattiene il respiro e nuota muovendo gambe e braccia.
Serve per: non affogare se cade in acqua

Marcia automatica (scompare entro 2 mesi): se sorretto verticalmente mentre i piedi toccano una superficie, l’infante muove le gambe come per fare dei passi.
Serve per: preparare alla deambulazione volontaria

Progetti

Attività Estive

Il potenziamento cognitivo avviene in sessioni individuali, in quanto è tarato ad hoc su ogni bambino.
Lo spazio compiti, invece può essere svolto sia in modo individuale, sia in piccoli gruppi.

Gli orari e i giorni vengono concordati in base alla disponibilità della famiglia