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Curiosità

Diventare Genitori

Vorremmo un Figlio, ma abbiamo Paura…

Genitori e Figli

Sempre più spesso, si ascoltano i racconti di coppie che, da una parte vorrebbero compiere il passo successivo alla convivenza, allargando il proprio nucleo familiare, ma che temporeggiano davanti alle paure.
Che si tratti di coppie giovani o meno giovani, la paura sembra essere maggiore rispetto a qualche decennio fa.

Da una parte troviamo le classiche paure. Quella di non riuscire ad essere dei bravi genitori, di anteporre i propri bisogni a quelli del bambino o di essere schiacciati dai bisogni dello stesso. Dall’altra parte, tuttavia, si trovano altre paure. Paure che erano presenti anche prima, ma che al giorno d’oggi sono estremamente pesanti.
Parliamo della paura di non farcela. Anche prima, le coppie avevano la paura dell’incertezza, ma la speranza di un futuro migliore vinceva. Un tempo le coppie, seppur timorose del futuro, decidevano comunque di allargare la famiglia. Non tutte le coppie erano sistemate a livello lavorativo, le difficoltà c’erano anche allora, tuttavia la percezione del futuro era diversa.

Oggi viviamo nell’incertezza. L’incertezza è divenuta una costante della nostra vita.
Da una parte la paura che il lavoro non sia così costante, dall’altra la responsabilità di mettere al mondo un figlio. In che mondo crescerà? Con che valori entrerà in contatto?

Mettere al mondo un figlio oggi, si tratta di egoismo o di altruismo?

In effetti dipende, poiché se un figlio nasce per necessità dei genitori, allora è figlio dell’egoismo, ma se un figlio nasce come frutto dell’amore, allora è figlio dell’altruismo. I figli dovrebbero essere il frutto del troppo amore, sì un amore così profondo della coppia che non può più essere contenuto nella coppia stessa e deve allargarsi.

Ma oggi, anche nel momento in cui l’amore è presente, anche quando il figlio sarebbe frutto di amore, anche lì forse non sarebbe altruismo rinunciare a quel bambino già nato nei pensieri dei genitori, già amato dai loro cuori? Non sarebbe forse più altruistico risparmiargli la sofferenza di questo mondo crudele, arido, soggiogato dalla tecnologia, ammaliato dai telefoni e dalle cose facili e veloci?

Ecco, questi sono i dubbi più forti e, per certi versi, un po’ diversi dalle generazioni precedenti, che affliggono le coppie. Al di là dell’aspetto economico, al di là delle paure legate alla capacità, ai sacrifici e alla salute, si aggiungono questi dubbi.

Dubbi se vogliamo strazianti, che non trovano una risposta semplice e che forse non trovano risposta punto, ma voglio provare a dare una risposta seppur forse scontata.
La vita è sempre stata difficile, le generazioni precedenti si facevano forse le stesse domande, è vero oggi alcune domande sembrano pesare di più, alcune paure non ci fanno dormire la notte, ma forse la speranza è proprio là. Forse sta proprio nell’affrontare le nostre paure e crescere i nostri figli con i valori che noi vogliamo dare, stando affianco a loro nell’affrontare questo mondo che sembra tanto duro. Ma è proprio credendo nel futuro che possiamo migliorarlo, è credendo già nelle potenzialità di quel bimbo che già esiste nelle menti e nei cuori dei suoi genitori, che noi diamo fiducia al mondo e cerchiamo di cambiarlo.

Curiosità

Dislessia

Come Leggono le Persone con Dislessia

Libri, lettura e dislessia

In un articolo precedente, abbiamo parlato dell’importanza dell’attenzione e delle memorie anche nei Disturbi Specifici di Apprendimento (DSA), ma come legge una persona con dislessia? E perché?

Secondo la Neuropsicologia, ci sono due vie per la lettura: la via fonologica e la via lessicale. La prima permette una conversione grafema/fonema e quindi una lettura lettera per lettera, mentre la seconda permette una lettura più veloce accedendo al significato della parola.

Quando impariamo a leggere, utilizziamo prevalentemente la via fonologica, leggendo lettera per lettera. Attraverso la pratica e l’automatizzazione di questa via, si passa gradualmente a sviluppare la via lessicale che ci permette di leggere le parole più velocemente, proprio perché sono conosciute e riusciamo ad accedere al loro significato.

DI QUALI RISORSE ABBIAMO BISOGNO PER CONSOLIDARE LA VIA FONOLOGICA?

Per passare dalla via fonologica a quella lessicale, è necessario che venga ben consolidata la via fonologica e, per farlo, sono necessarie alcune risorse.

1- Risorse attentive: utili per associare il suono al grafema
2- Attenzione Spaziale: utile per spostare l’attenzione da una lettera all’altra e da una parola a quella successiva
3- Memoria di Lavoro: utile per conservare le lettere e completare la decodifica
4- Visuo-Percezione: utile per riconoscere lettere e suoni simili

Una volta consolidata la via fonologica siamo pertanto in grado di riconoscere velocemente le lettere e associarle ai suoni corrispondenti.

SAPER SPOSTARE L’ATTENZIONE IN MODO FUNZIONALE ALLA LETTURA.

Una volta che la via fonologica è stata ben acquisita, è importante essere in grado di spostare l’attenzione in modo funzionale. 
E’ infatti importante avere la capacità di stringere il fuoco dell’attenzione su determinati particolari o di allargarlo sull’intera parola.

RICONOSCIMENTO DELLA FORMA DELLE PAROLE

Una volta acquisita la capacità di gestire il fuoco dell’attenzione, si può passare alla formazione di una memoria a lungo termine per la forma delle parole. Questo permette, quando leggiamo un testo, di riconoscere immediatamente le parole che fanno parte di questa memoria e di leggerle velocemente accedendo al loro significato.

A questo punto la via lessicale è sviluppata e verrà utilizzata in modo preferenziale poiché più veloce ed efficiente.

Come abbiamo visto, la formazione della capacità di leggere attraverso la via lessicale, è strettamente legata alle capacità attentive.

SPOSTAMENTO DEI MOVIMENTI OCULARI

I movimenti oculari saccadici, sono rapidi spostamenti dell’occhio che ci aiutano nella lettura. Nello stesso istante in cui decodifichiamo una parola, la periferia del fuoco attentivo è già passata ad analizzare la parola successiva. Questo permette, mentre decodifichiamo una parola, di iniziare a processare già la parola successiva che sta alla destra della precedente. Lavorando con la periferia del fuoco attentivo, non si crea interferenza rispetto alla parola che si sta processando, ma ci da informazioni utili per la lettura della parola successiva come lunghezza e posizione. Questo ci permette di essere avvantaggiati e sapere già di quanto spostare il fuoco dell’attenzione sulla parola successiva ed essere più fluidi nella lettura.

Ecco che, in alcune persone con dislessia, questi movimenti oculari saccadici non avvengono in modo ordinato ed efficiente. Sono presenti anzi molte regressioni oculari, quindi il fuoco dell’attenzione tende a tornare indietro su parole già lette, il tempo impiegato nella fissazione della parola è molto ampio e i movimenti oculari in avanti sono molti, brevi e non efficienti.

Di seguito, un esempio di come vengano eseguiti i movimenti oculari saccadici di un normolettore e di una persona con dislessia. Come si può notare, la persona con dislessia tende a spostare le saccadi in maniera disordinata ed inefficiente, commettendo molte regressioni non informative.

bty La Dislessia pp. 35, Eva Benso, il leone verde 2011

Le persone con dislessia pertanto hanno difficoltà nell’automatizzare il modulo di lettura e nell’automatizzare i movimenti oculari saccadici in modo che siano informativi e facilitino la lettura. Questo comporta un maggiore dispendio di energie che vengono, di conseguenza, tolte ad altri processi quali la comprensione del testo, la formulazione di risposte, il ragionamento e il collegamento fra argomenti già studiati. Tutto questo, porta inevitabilmente una persona dislessica a stancarsi prima rispetto ai normolettori, ad esaurire prima le risorse attentive avendo quindi difficoltà a svolgere compiti molto lunghi e in cui la richiesta attentiva è molto alta (un esempio possono essere compiti in classe molto lunghi).

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

DSA Come Migliorarne le Abilità

E’ possibile migliorare le abilità di un DSA?

DSA, bambini, ragazzi, leggere, libri

Come illustrato in un articolo precedente, quello che accomuna tutti i DSA è la mancanza di automatismi.
In questo articolo, cercheremo invece di capire come poter intervenire e migliorare le abilità, non solo di bambini o ragazzi, ma anche degli adulti.

Quando eseguiamo una qualsiasi azione, sia essa fisica o mentale, utilizziamo delle energie. Così come le energie fisiche non sono (ahimè) infinite, anche quelle mentali si esauriscono.
Le risorse che abbiamo a disposizione per eseguire le operazioni mentali sono infatti limitate.
Questo significa che per eseguire un’azione utilizziamo una parte di risorse. Più l’azione che dobbiamo eseguire è automatizzata, meno risorse utilizziamo. Utilizzando poche risorse, potremo spenderne altre per eseguire un’altra azione contemporaneamente.

Un esempio calzante è la guida. Le prime volte in cui si impara a guidare, tutte le risorse sono impiegate nella guida stessa e non siamo in grado di svolgere ulteriori azioni come parlare o ascoltare. Man mano che acquisiamo sicurezza nella guida (il processo diventa automatico) ecco che siamo in grado non solo di guidare con maggiore disinvoltura, ma anche di svolgere altre operazioni come parlare al passeggero, ascoltare la musica,…
Il processo di guida, torna a necessitare di più risorse attentive nel momento in cui, ad esempio, ci troviamo a guidare in una città che non conosciamo o in un paese in cui la guida è a sinistra. In questi casi, avremo bisogno di essere nuovamente concentrati al massimo sulla guida perché sono presenti stimoli diversi dal solito e che non sappiamo “processare” in maniera automatica.

Allo stesso modo, una persona con DSA. non è in grado di automatizzare la lettura, la scrittura o il calcolo. Questo significa che dovrà investire sempre una grande quantità di risorse cognitive per svolgere tali operazioni.

Quello che si può fare è lavorare sulla memoria di lavoro e sulle capacità attentive.
Si cerca, attraverso un potenziamento specifico di aumentare la capacità sia della memoria di lavoro, sia dell’attenzione sotto tutte le sue forme.
Aumentare le risorse attentive e il modo di gestirle, significa aumentare le risorse cognitive che abbiamo a disposizione per eseguire le varie operazioni e, quindi, lavorare sugli automatismi.

L’obiettivo principale, pertanto, non è lavorare direttamente sulle capacità di lettura, scrittura o calcolo, ma sulle risorse che ne permettono lo sviluppo.
In questo modo, si otterrà anche un miglioramento conseguente sulle capacità di apprendimento che risulteranno più automatizzate. Ciò permette alle persone con D.S.A. di avere a disposizione ulteriori risorse per svolgere altre operazioni.


Cosa sono la memoria di lavoro e l’attenzione?

La memoria di lavoro (ML) è una particolare tipologia di memoria a breve termine, che ci permette di tenere a mente le informazioni per eseguire delle operazioni mentali su di esse.
La ML è utilizzata innumerevoli volte durante la giornata, essa ci permette infatti di tenere a mente un numero di telefono suddividendolo in raggruppamenti di 3 numeri o di conservare informazioni sulle lettere, per poi completare la decodifica della parola.

L’attenzione è un processo cognitivo che permette di selezionare le informazioni necessarie, escludendo i distrattori e il rumore di fondo. Ci permette, pertanto, di concentrarci su uno stimolo target, senza farci distrarre dall’ambiente circostante.
Ci sono molte tipologie di attenzione: 
– divisa >> riuscire a prestare attenzione su più stimoli contemporaneamente;
– selettiva >> concentrarsi su un solo elemento per volta;
– mantenuta >> protrarre l’attenzione per un tempo piuttosto lungo su una qualsiasi operazione;
 alternata >> capacità di alternare l’attenzione fra due stimoli diversi;

Appare pertanto evidente l’importanza sia della memoria di lavoro, sia di tutte le tipologie di attenzione per sviluppare le abilità di apprendimento (lettura, scrittura e calcolo). Se, ad esempio, la ML ci permette di tenere a mente l’inizio della parola che stiamo leggendo, per poi individuarla nella sua interezza e comprenderla, l’attenzione ci permette di selezionare quella parola, spostare le risorse da una lettera a quella successiva, ignorare i distrattori e aggiornare la ML.

Bibliografia:
Baddeley, A.D. (2003), Working memory:looking back and looking forward, in “Nature Reviews Neuroscience”, 4, pp.829-839.
Benso E. (2011) La dislessia. Torino: Il leone verde.
Benso F. (2018) Attenzione esecutiva, memoria e autoregolazione. Firenze: Hogrefe.
Raz, A (2004), Anatomy of attentional networks in “Anatomic Record, Part B, New Anatomist” 281, pp. 21-36.

Curiosità

Fratelli

Rapporto tra Fratelli, c’è Differenza fra Primo e Secondogenito?

Fratelli e Sorelle
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Quando nasce un secondo bambino, il sistema di relazioni familiari cambia molto.
La mamma, nei primi mesi, deve dedicare molte attenzioni al nuovo nato e questo conduce all’intensificarsi del rapporto fra il primogenito e il padre. Piano piano, il piccolo cresce ed inizia ad interagire sempre di più anche con il padre e con il fratello. Ecco che nell’arco di due anni si va a configurare una tetrade in cui si possono distinguere due sottoinsiemi: quello dei fratelli e quello dei genitori. Si va quindi a definire un rapporto gerarchico fra i sottoinsiemi e relazioni orizzontali entro i sottoinsiemi.

Non sempre è semplice per il primogenito, accettare e accogliere con amore incondizionato il fratellino. Spesso risulta diverso da quanto aveva immaginato e non risulta quel compagno di gioco ideale in cui sperava.
Il rapporto fraterno è senza dubbio una palestra emozionale, sociale e frutto di apprendimento per entrambi i fratelli.

Malgrado passino molto tempo insieme, i fratelli sono molto diversi gli uni dagli altri. Un po’ perché i genitori si occupano di loro in modo diverso per rispondere alle diverse età e alle specifiche temperamentali di ognuno e un po’ perché i fratelli tendono a sviluppare caratteri differenti e a volersi distinguere.

Il primogenito sperimenta, a differenza del fratello, un momento (più o meno lungo) da figlio unico, mentre i secondogeniti entrano a far parte di una dinamica familiare già esistente, con regole e routine già stabilite, dovendo fin da subito dividere e condividere i momenti e le attenzioni dei genitori.

Si ritiene che queste piccole differenze possano concorrere a influire sui caratteri dei bambini.
Il primogenito è candidato a diventare più autoritario, più ambizioso e più dedito alla famiglia assumendo un ruolo protettivo per il fratello minore. Il secondogenito, non dovendo sperimentare l’arrivo di un fratellino e godendosi momenti di maggior indulgenza in virtù di essere il più piccolo, riveste tuttavia un ruolo più basso nella gerarchia. Questo può generare sensi di inferiorità, non sentirsi all’altezza, sfiducia e minor autostima. Ciò gli consente di staccarsi con maggiore facilità dalla famiglia, per trovare la sua strada e sperimentare le proprie abilità sociali.

Il rapporto tra fratelli è un rapporto complesso, non solo per quello di cui sopra, ma anche per le dinamiche interne.
Da una parte la condivisione di giochi e giocattoli, dall’altra la necessità di un proprio spazio, da una parte la voglia di imitarsi l’un l’altro, dall’altra la volontà di differenziarsi e avere una propria personalità. Troviamo da una parte l’amore fraterno, dall’altro le liti, le discussioni e il conflitto.

Ma…Cosa significa avere un Fratello o una Sorella?

Avere un fratello o una sorella maggiore significa avere un punto di riferimento diverso dai genitori, un punto di riferimento meno giudicante, ma che non si vuole in alcun modo deludere, una luce che ti illumina la strada della vita…grande peso da portare per un bambino, un ragazzo poco più grande di noi.

Avere un fratello o una sorella minore, significa avere qualcuno che sappia leggerci dentro senza giudicarci significa credere più nelle sue potenzialità che nelle nostre, significa crederci così tanto che è impossibile che non riesca nei suoi obiettivi…grande peso da portare per un bambino, un ragazzo poco più piccolo di noi.

Crescendo, inevitabilmente, i rapporti cambiano, diventano più egualitari in quanto il fratello minore cerca di modificare il rapporto col più grande per essere visto non più come fratellino da proteggere, ma come pari con cui relazionarsi e in quanto il fratello maggiore esercita meno potere.

Il rapporto tra fratelli dipende da molti fattori, non solo da quelli elencati precedentemente , non esiste, infatti, una ricetta certa. La famiglia, l’ambiente e il temperamento dei singoli incide molto sullo sviluppo del legame fraterno e ogni coppia di fratelli è diversa dall’altra.

Tuttavia, quando è presente, l’amore fraterno è un legame fortissimo, indissolubile che va oltre le barriere del tempo e dello spazio. Un legame che cambia continuamente, passando dalle discussioni per i giocattoli a quelle adolescenziali, dai segreti d’infanzia alla complicità adulta.

Bibliografia:
Berti A.E., Bombi A.S., Corso di psicologia dello sviluppo, il Mulino, Bologns, 2008.

Curiosità

Perché siamo Dipendenti dal Cellulare?

E quali Ripercussioni può avere sui Bambini?

Bambini e Tablet

Negli ultimi decenni la tecnologia si sta sviluppando in maniera esponenziale. La maggior parte di noi ha un computer, un cellulare (magari 2), un tablet e tutto ciò che può migliorarci la vita. Purtroppo l’utilizzo della tecnologia non riguarda solo gli adulti, ma anche i ragazzi, gli adolescenti e i bambini.
Spesso osserviamo bambini che giocano con il cellulare o con il tablet mentre la famiglia è a seduta a tavola, mentre si fa shopping, mentre si fa una passeggiata o, semplicemente, mentre si aspetta.

Da un lato si potrebbe parlare degli effetti che la tecnologia può avere sulle capacità cognitive di bambini e adulti quali l’attenzione, la capacità di attendere per una gratificazione e il distacco emotivo, dall’altra si potrebbe parlare delle ripercussioni a livello di educazione e di rispetto.
Qui, tuttavia, oggi vorrei concentrarmi sul perché e sul come la tecnologia è capace di farci sviluppare una sorta di dipendenza nei suoi confronti.

Nel nostro cervello sono presenti diversi neurotrasmettitori (sostanze chimiche che veicolano informazioni tra neuroni), ognuno dei quali con una funzione specifica. In particolare, la dopamina è un neurotrasmettitore interessato nel circuito della motivazione, della ricompensa e dell’attesa del piacere.
La dopamina ci spinge alla ricerca di qualcosa, di una novità, di una soluzione e gli smartphone rispondono esattamente a questa richiesta. Sia lo smartphone, sia un esercizio di risoluzione di un problema permettono il rilascio di dopamina, tuttavia lo smartphone permette un rilascio molto più veloce. Lo smartphone permette, infatti, un susseguirsi continuo di novità (e-mail, messaggi, giochi,…) e questo permette un rilascio di dopamina più rapido rispetto, ad esempio, a risolvere cruciverba o rebus.
Ecco perché, mentre siamo in attesa di qualcosa preferiamo guardare lo smartphone piuttosto che impegnarci in altro.

Da qui però segue una riflessione strettamente personale.
Se l’utilizzo dello smartphone permette un rilascio di dopamina (e quindi una ricerca del piacere) più rapida rispetto ad altre attività, questo può avere degli effetti sulla ricerca di piacere nei bambini e nei giovani?
Mi spiego meglio: se la tecnologia entra a far parte della nostra vita sempre prima, anche in tenera età e anche i bambini sono abituati ad utilizzare lo smartphone, questo potrebbe far sì che la loro baseline di piacere si setti sul livello smartphone. Questo significa che per loro il livello base di piacere è quello provato utilizzando uno smartphone, per cui tutto quello che non da un rilascio così rapido di dopamina non viene preso in considerazione come attività da svolgere, ma si cercherà sempre qualcosa che permetta un rilascio di piacere più rapido.
Questo potrebbe comportare diverse ripercussioni:
– incapacità di attendere e di gestire la noia, seppure per breve tempo (dover utilizzare lo smartphone anche fra un piatto e l’altro ad esempio)
– ricerca di attività sempre più estreme per la ricerca di un piacere rapido
– incapacità di lavorare e attendere per un piacere più a lungo termine sia visto come obiettivo (studiare per ottenere un buon voto, per imparare) sia come incapacità a rallentare i propri ritmi impiegando le energie mentali per un’attività più lenta come, appunto, la risoluzione di rebus o cruciverba.
– dipendenza dagli smartphone

Ovviamente queste ultime sono riflessioni personali che dovranno attendere ricerche scientifiche future per trovare conferma.

Bibliografia:
Gallucci F. Neuromarketing, Milano, Egea,2019

Curiosità

Bambini e Regole

L’Importanza delle Regole

Bambini e regole, bambino che suona

E’ meglio essere genitori rigidi, dando molte regole oppure è meglio essere genitori più indulgenti dando poche regole?
Meglio essere risoluti e tenere la propria posizione fino in fondo, oppure è meglio cedere e andare incontro al volere del bambino?
Meglio indirizzare il bambino in tutto e per tutto oppure è meglio far decidere tutto a lui?

Queste sono solo alcune delle domande che ogni genitore si pone, non solo prima della nascita del figlio, ma anche durante la sua crescita.
Ad ogni fase importante della vita del bambino, andrebbe certamente rivista la modalità di approccio al bambino: ovviamente durante l’adolescenza l’approccio non potrà più essere quello che avevamo durante l’infanzia.

Concentriamoci però sulla prima infanzia e sull’importanza delle regole.
E’ importante dare regole ai bambini fin dalla nascita non solo per evitare che crescano adulti maleducati, ma affinché crescano adulti completi e consci dei propri limiti.
Dare regole significa dare confini. Confini stabili, che danno sicurezza e che ci delimitano lo spazio entro cui sappiamo di poter agire.

Quando noi adulti dobbiamo prendere una decisione e abbiamo 10 alternative, non siamo forse più frustrati rispetto a quando ne abbiamo solo 2?
Proviamo a pensare se un bambino non avesse regole, non avesse confini, si sentirebbe in questo stato di frustrazione continuo, senza sapere cosa può o cosa non può fare. Se non ha regole, non ha confini, pertanto potrebbe fare qualunque cosa ed è posto davanti ad una serie infinita di possibilità e l’infinito spaventa chiunque.

Le regole e le decisioni vanno dette in modo chiaro e mantenute, senza cedere al primo tentativo di sovversione.
E’ normale che alcune volte si facciano delle eccezioni alle regole, purché rimangano eccezioni e il bambino sappia che è stata una tantum. L’eccezione è divertente, fa sentire la complicità con il genitore, lo fa sembrare più “umano” , ma deve restare tale, altrimenti diventerà essa stessa la regola.
Il bambino consapevole dell’esistenza di regole sa fino a dove può spingersi, quali possono essere le richieste, sa quali sono le aspettative nei suoi confronti e sa la conseguenza del non rispettare una o più regole.
Ovviamente, quando il bambino cresce, alcune regole possono subire delle variazioni e essere oggetto di negoziazione. L’importante è, tuttavia, evitare che sia il bambino a dettare le regole di comportamento.

Non bisogna avere il timore che le regole facciano male ai bambini. Anche se spesso i bambini possono fare i capricci e cercare di andare contro una regola, è importante dimostrargli che quello è un confine che non va oltrepassato ed è fatto per il suo bene. Senza confini è come essere in mezzo al mare, non si sa dove andare e non si sa dove si vuole andare. I confini permettono di definirsi, di definire le persone che siamo e che diventeremo.

Durante l’adolescenza, i ragazzi sfidano molto quei confini, quelle regole. Lo fanno per misurarsi con se stessi, per capire chi sono loro e quanto quei confini siano in grado di tenere e ciò richiede un grande sforzo genitoriale. Se si cede, tuttavia, il rischio è che i ragazzi si trovino senza confini troppo presto, quando ancora non sono pronti.

Compito dei genitori è dare una delimitazione fino a che il bambino, ragazzo non sarà pronto a confrontarsi con l’infinito di possibilità che ha davanti.
Lasciamo all’età adulta la sensazione di essere “senza confini” esterni e la responsabilità di porsi i propri limiti, con le responsabilità che ne conseguono.

Curiosità

Bambini e Arti Marziali

Il ruolo delle Arti Marziali nello Sviluppo Psicofisico del Bambino (e dell’Adulto)

Come le Arti Marziali aiutino a sviluppare Attenzione e Autocontrollo

Le Arti Marziali sono discipline basate sull’inscindibile fusione di mente e corpo. Non sono una semplice ginnastica o una semplice attività sportiva. Sono qualcosa di diverso, qualcosa che va oltre. Ci sono molte tipologie di Arti Marziali, tutte accomunate da alcuni principi fondamentali quali un lungo percorso storico alle spalle, un significato psicologico profondo e uno scopo educativo.

L’attività corporea strutturata ha molti benefici sulla persona, sia a livello fisico, sia a livello psicologico. In modo particolare le Arti Marziali concorrono a migliorare l’autostima, a sviluppare la sfera emotiva e l’empatia verso l’altro, aiutano a sperimentare rapporti con i pari, la collaborazione per arrivare ad uno scopo comune, il rispetto delle regole sociali e la perseveranza.

Un aspetto da non sottovalutare per chi pratica arti marziali, e che le distingue dagli altri sport, è il rapporto con il Sensei. La parola Sensei consta di due parti: sen, che significa“prima” e sei, che significa “vita”. Il Sensei è, pertanto, qualcuno più avanti nel percorso della vita. E’ qualcuno che, attraverso l’insegnamento delle arti marziali stimola il progresso personale di ciascun allievo e lo fa nel Dojo (Do = via; Jo = Luogo). Il Dojo, non è una semplice palestra, ma un luogo dove ci si imbarca nel viaggio della scoperta, guidati appunto da qualcuno che vi è passato prima di noi.

In concreto…cosa aiutano a sviluppare le arti marziali?

Le arti marziali aiutano a:

– Sviluppare e potenziare le Funzione Esecutive e Attentive come l’allerta, ovvero la capacità di prestare attenzione fino al segnale di avvio e iniziare un’azione; il controllo della risposta, ovvero la capacità di monitorare quale sia il momento opportuno per agire; l’attenzione in tutte le sue declinazioni; il problem solving e la memoria di lavoro, in quanto è necessario ascoltare le indicazioni, elaborarle e tenerle a mente per metterle in pratica al momento giusto.

Gestire i conflitti della vita quotidiana, insegnando l’assertività.
Gestire i conflitti in maniera assertiva, significa essere in grado di gestirli evitando l’aggressività. Avendo la capacità di comunicare in maniera non aggressiva, ascoltare l’altro senza prevaricarlo e giungere ad una soluzione che sia il più favorevole possibile per entrambi.

Imparare rispetto e tolleranza verso i propri pari, sviluppando qualità sociali come l’empatia, la collaborazione, la responsabilità e la conoscenza dei propri limiti.

– Mantenere una condizione psicologica di rilassamento, che passa attraverso lo sviluppo dell’autostima e della respirazione. Tale condizione permette di non farsi sopraffare da emozioni negative e paure, tenendo sempre a mente chi siamo e i nostri obiettivi.

– Sviluppare la capacità di attendere una gratificazione, quindi della memoria prospettica che permette di immaginarsi lo scopo finale, anche se lontano nel tempo, e impegnarsi quotidianamente per un obiettivo che va al di là dei singoli allenamenti.

– Sviluppare la determinazione di impegnarsi in un percorso lungo e importante con la capacità di affrontare le difficoltà che, inevitabilmente, si incontrano durante la vita

– Sviluppare l’Autocontrollo, ovvero la capacità di gestire le proprie emozioni, i propri istinti, il proprio corpo e la propria mente.

Le Arti Marziali, permettono pertanto, se insegnate con criterio e con le giuste competenze, di sviluppare capacità sia dal punto di vista cognitivo, sia dal punto di vista affettivo e sociale. Diversi studi hanno infatti riportato come le Arti Marziali siano indicate anche per tutti quei bambini che hanno difficoltà di attenzione e di apprendimento.

Bibliografia:
Antonietti R., Educare al conflitto: il ruolo delle arti marziali.Stage Nazionale Aikido – Fesik e D.A. Diretto dal M. Dott. Michel Nehme – 24-26/9/10 Gaeta.
FACCIOLI, LUCIANO & ARDU, ELEONORA & Benso, Francesco. (2015). Funzioni Attentive Esecutive, gioco del calcio e apprendimenti. Difficoltà in Matematica Erickson Trento. 201 . 215.
Luccherino L. e Pezzica S., Sport e ADHD: un Campus Estivo residenziale per adolescenti con Disturbo da Defi cit di Attenzione e Iperattività.Psichiatria dell’infanzia e dell’adolescenza (2012), vol. 79: 467-478.